TRAVERSATA DEI CADINI DI MISURINA, o del vagolare tra Mordor e Gran Burrone in giornate di bel sole

P1110232 (5)

        SCHEDA ESCURSIONE
  • N.B.: i tempi indicati si intendono al netto delle soste, e grossomodo corrispondenti a quelli di un camminatore medio, ovvero circa 1h per 300/350 mt. di dislivello in salita e per 500 mt. di dislivello in discesa, sempre grossomodo, ‘chè ognun* fa poi i conti coi propri.
  • CARTOGRAFIA: Carta topografica per escursionisti “Tabacco”, scala 1:25.000, foglio 03 “Cortina d’Ampezzo e Dolomiti Ampezzane”
  • SPAZI: (giorno 1):Rif. Auronzo-sentiero 117 “Bonacossa”-Forcella Rimbianco-sentiero 112 “Durissini” Est-Rifugio Città di Carpi /(giorno 2): Rif Città di Carpi-sentiero 118- Forcella della Neve – Ciadìn de la Neve-Misurina
  • TEMPI: (giorno 1): Rif. Auronzo-Forcella Rimbianco 2h; Forcella Rimbianco-Rif. Città di Carpi 3h / (giorno 2): Rif. Città di Carpi-Misurina 3/3.30 h
  • DISLIVELLI: (giorno 1):salita 450 mt. circa, discesa 650 mt. circa; (giorno 2): salita 350 mt. circa, discesa 700 mt. circa
  • PUNTI D’APPOGGIO Rifugio Auronzo, tel. 043539002, http://www.rifugioauronzo.it ; Rifugio F.lli Fonda Savio, tel. 043539036, http://www.fonda-savio.it ; Rifugio Città di Carpi, tel.043539139, rifugiocarpi@libero.it P1130642 (2)
  • DIFFICOLTA’: EEA (per escursionisti esperti, con attrezzature).
  • Caratteristiche: escursione splendida per la varietà d’ambienti e panorami; nel senso proposto compie la traversata Nord-Sud dell’intero Gruppo dei Cadìni di Misurina; la segmentazione in tre direttrici (1° tronco Sentiero Bonacossa, Sentiero Durissini Est, Sentiero 118) consente di esplorare attraversandole tutte le peculiarità di spicco del Gruppo: cenge, anfiteatri petracei, forcelle acclivi, canaloni innevati, spettacolo di pinnacoli e guglie face to face, alpeggi e boschi, fauna. E polenta. Vi sono alcuni tratti più e meno esposti, mitigati però dalla presenza pertinente di cavi di sicurezza, passerelle, pioli e scalette nei punti più delicati, e non solo. Insomma le attrezzature non mancano. Benchè si tratti di un Sentiero Attrezzato piuttosto semplice, e con le funi metalliche aventi funzione perlopiù di mancorrente, si raccomanda l’uso dei dispositivi di sicurezza (kit da ferrata, imbragatura e casco). I tratti attezzati sono peraltro segmenti molto ridotti rispetto allo sviluppo complessivo del percorso proposto, che si snoda su ottimo sentiero e buone tracce nei ghiaioni, ben segnalati da bolli rossi e segnavia. Un discorso a parte merita la l’eventuale presenza di neve, che può variare a seconda dell’anno e della stagione. Pare che siano percorsi frequentati, ‘sicchè in stagione dovrebbe trovarsi un pestato; nel nostro caso, a metà luglio 2014, la neve non era poca e parea vergine, ‘chè piccozza e/o ramponi avrebbero fatto comodo, anche come fattore di sicurezza; vi sono alcuni tratti molto ripidi che il sentiero taglia magistralmente in tornanti, ma se la neve li copre, è ghiacciata e non presenta tracce di pestato, la faccenda si fa più delicata. Chiedete info preventive ai rifugisti. Il giro è faticoso, vieppiù per il dislivello complessivo che si articola in saliscendi, ma proprio questa caratteristica favorisce una magnifica esplorazione articolata dell’ambiente meraviglioso in cui ha luogo.  N.B., l’acqua è assente in tutto il percorso nel senso di marcia inteso, eccezion fatta per i rifugi, per un ruscello  (vicino a zona di pascolo, sconsigliato senza filtro depuratore, attenzione) però poco distante da Misurina, e per quella da scioglimento che si può ricavare in caso d’emergenza qualora s’incontrasse neve (sporchina), una certezza nei canali rivolti a Nord. 

Un giorno di luglio, anno 2014 D.C.

….e poi era tanto che per via dell’abbondanti nevicate invernali e del meteo sgarbato non s’andava per scarpinate in Dolomiti, ‘sicchè il primo weekend libero da impegni e cirrocumoli abbiam deciso di muovere alla volta dei Cadìni di Misurina. Un pajo d’anni prima calcammo il meraviglioso parco attrazioni delle Dolomiti di Sesto, circuendo le Tre Cime con puntata in vetta alla vezzosa Torre di Toblin , e le venuste cattedrali gotiche in calcarea foggia dei Cadìni parean così vicino e così lontano, adombrate dai colossi circostanti. Ma l’uzzolo d’esplorarne le navate l’è rimasto e cresciuto, e oggi poteva trovare l’occasione di sfogarsi.

Siam partuti da Bologna per giungere a Misurina e quinci pigliare puntualmente il bus diretto al rifugio Auronzo, quindi presto di molto. Alle dieci siam scesi dal torpedone poggiando i piedi sul piancito bitume del parcheggione accosto al rifugio. L’accolita solita e numerosa di pellegrin* tosto dirett* alla contemplazione delle Tre Cime, parecchi turisti asian fusion, cicaleccio rivierasco da lungomare di punta. Noi s’imbocca rattamente il sentiero 117 in direzione Campedelle, ‘che in due passi lo strepito del piazzale svapora in fiacco riverbero, mentre Il cippone che dà lo start al Sentiero Attrezzato “Bonacossa” ricorda di non prenderla sottogamba. Il sole c’è ma non si vede. P1110127 (3)

Il cammino parte dolce fra i prati acclivi, trapunti da splendide fioriture alpestri, e raggiunge la prima gobba delle Campedelle, donde si gode a modo delle quinte taglienti dei Cadini di Misurina, che andremo a solleticare. P1110134 (3)

Pied piede che s’incede, il sentiero si fa più stretto e si mette a prender di taglio i costoni orientali delle Campedelle, saliscendendoli con moderazione, ‘sicchè dopo una svolta si pone a traverso panoramico. L’inclinazione del pendìo a valle si fa più erta, e poco prima d’una galleriola di guerra il cammino s’incengia, e compaiono i primi cavi mancorrente. 

P1110139 (4)

Uscito l’antro, peraltro di corto sviluppo, il sole prima spare poi pare, asciugando le ombre di un trompe l’oeil di Crode che lascia senza fiato, ma è presto per rimanerne a secco. Ora il percorso serpeggia in bella cengia, comoda e piacevolmente aerea, e perde quota con sollazzevole moderazione. L’esposizione, per quanto tale, è mediata dalla presenza pressochè costante del cavo metallico, che accompagna un pestato spazioso e poco accidentato. La combinazione rende l’incedere sicuro e al tempo stesso avvincente, ‘chè si asseconda il poderoso petto di croda mentre a fronte sfilano in magnifica parata le quinte rocciose dei Cadìni. Benchè par che sia il Bonacossa un sentiero molto frequentato, fa specie in questa bella giornata deambularne solinghi le cenge, fatta eccezione per un giovane babbo con figliola che ci precedono una centuria di passi. P1110142 (4)

Si traversa poi con attenzione un fresco umbrato canalino ingombro di neve soda, cinque passi su buone tracce (almeno allora), s’aggira uno spigolo, si spalanca il campo visivo e quinci si ammira lo sviluppo del percorso in tutta la contestuale sinuosità. Volgendo invece lo sguardo alle spalle si pondera la cengia appena camminata, in barocco scenario di croda impreziosito dalla baldanza del sole, che ha finalmente vinto la timidezza, e dall’eromper fra i nembi della cuspide di Lavaredo’s Cima Grande. P1110154 (4)

Il sole si fa pettoruto, e le crode rispondono rilasciando piacevole tepore, aromatizzato quinci dai mughi che acconciano in ciuffi protopunkwave l’orlo a valle del sentiero. Il cammino, sempre in cengia ma viemmeno acclive e vieppiù attrezzato, scende ora con decisione e pare sbattere contro uno spigolone della parete. La centuria di metri più in basso scorgiamo il babbo con figliola che aggirano lo zoccolo basale del succitato pilastro. A vista manca un raccordo, s’è perso un segmento del tracciato. Come si arriva costaggiù? Il sentiero sembra risucchiato dentro un bujo inghiottitojo che a mo’ di fessura scava l’inguine in piega della croda. P1110162 (3)

P1110164 (3)

Di fatto le funi vi si buttano dentro, per superare il tratto forse più ‘mpegnativo dell’intera traversata. Benchè il budello sia un po’ tetro, umido e soffra di poca luce, cavi e pioli consentono un passaggio sì scomodo e sdrucciolevole, ma comunque appoggiato, non così verticace come parea sull’imbocco. Il segmento dà lavoro agli arti, ma prestamente ci si cala senza patir oltremodo, che messo poi piede su ‘na piazzola di sosta, una scaletta semilunga rende agevole la conquista dell’ammezzato, ‘sicchè per il pianoterra bastano ancora poche sgambate/smanate con l’ausilio dei cavi. P1110167 (3)

P1110168 (3)

Il tratto che segue è pura godurja. Ci s’è abbassati di quota e il sentiero, di un pestato eccellente,  taglia di traverso i prati ‘mbellettati di rade mugaje al cospetto della muraglia in posa dei Cadìni ne la lor propria foggia più ieratica, in un trionfo di verdegrigio da volercisi perdere.L’amanti dei monti quivi hanno di che sollazzarsi, poichè si vaga in questa sublime pittura sensoriale camminando in piano con dolcezza, e la brezza che a carezza teneva in fresco il sudore. P1110171 (3)

Tosto il cammino torna a farsi cengia, ma di quelle che regalano la bellezza della modalità orizzontale dell’andar per monti, mentre i grigioverdi sfumano in chiaroscuri pungolati dai veniali capricci del sole, che ha voglia di far piuttosto “cucù!” che non “bù!”tra le nubi d’un biancosporco rassicurante. E saliscendendo lietamente, sostando un respiro a ruminar di gusto panorami grandiosi, si procede a pestare con attenzione un ottimo fondo che sfila su buoni sbalanchi (precipizi) spesso agevolato dalle attrezzature, posizionate comunque dove opportuno e talvolta integrate da passerelle nei punti più esposti e/o friabili. P1110173 (3)

P1110175 (3)

P1110178 (3)

Così, mentre anche i larici compaiono ad ingentilire l’opera, si esibiscono allontano la Croda dei Toni a Levante…

P1110179 (4)

e, birichini, da un’intaglio che s’apre tosto a ponente, La Croda Rossa d’Ampezzo (a sx) e il Picco di Vallandro (a dx)

P1110181 (4)

E’ bello poi voltarsi a tergo e ponderare il sinuoso camminamento pestato, ben evidente in seno alla parete.

P1110176 (2)

P1110182 (4)

Quinci si scende tagliando a zigzag un’ultima rampa grigioverde e ci s’appoggia a Forcella Rimbianco 2176 mt. Ci godiamo un po’ di prateria gemmata di giallo e genziane, rilassiamo le zampe. Son passate circa due ore dallo start, e si direbbe ora di pranzo, ‘chè i miei visceri suonano borborigmi peculiari, ma la buona inerzia e la salita che tocca impattare a un dipresso c’inducono a proseguire confortati solo da una manciata di fruttasecca e due tessere di cioccolato. Già, perchè fino a mo’ abbiam perso due centinaja di metri, ora dobbiamo guadagnarne tre per valicare Forcella della Torre. Ma ancora un momento, godiamoci vieppiù il ristoro di questo praticello.

P1110187 (4)

P1110189 (3)

Si riparte. Ora si entra nel plesso petraceo dei Cadìni, e cambia la musica. Si lasciano i verdi alle spalle per pestare i grigi e l’ocra del calcare. Non è lisa metafora quella della musica; nell’arena di questo Cadino al sommo del Vallon Campedelle il sound è differente. Arriva prima l’eco, poi il timbro. Il riverbero va dal secco a una ripetizione tipico dei fifties al delay liquefacente. Immagino la sonorizzazione dei miei sacramenti fra poco in salita, e la pregusto. Intanto si calca un po’ di neve roseggiante, che incrociamo il primo uomo sul nostro cammino, un bipede anglofonico che vien giuso da Forcella del Diavolo,l’eventuale prosieguo del Sentiero Bonacossa nel nostro senso di marcia. Ci ragguaglia sulle relative difficoltà di transito per via della neve abbondante sottoforcella, vieppiù ripida e umbratamente dura, condizioni che hanno indotto un gruppo d’escursionisti a rinunciare il valico perchè sprovvisti di picca, ramponi e corda. Noi lo ringraziamo e gli descriviamo il nostro differente itinerario, che non proseguirà sul Bonacossa m’al prossimo bivio metterà la freccia di manca per imboccare il Sentiero 112 “Giovanni Durissini” tratta Est, ovvero il percorso ad ottovolante che valica tutte le Forcelle levantine dei Cadìni. Noi pure siam sprovvisti di picca e ramponi, ma confidiamo che l’esposizione a sudest del versante che pesteremo ci faccia trovare meno neve molesta. Lui ci chiede conto del nostro finora cammino, che a rovescio sarà il suo; lo rassicuriamo sulla percorribilità,  sulla selvaggia bellezza di cui godrà  ci salutiamo. Bene, ora ci spetta la meritata salita a Forcella della  Torre, che nelle foto seguenti è la prima acclive  depressione sinistra della cresta. P1110186 (3)

P1110191 (3)

Dal medesmo punto d’osservazione, voltandoci a tergo, ecco una panoramica con il tracciato granata che grossomodo corrisponde al magnifico selvaggio  sistema di cenge percorso… P1110190 (2) 

Nei pressi del cadìnico epicentro c’imbattiamo nel mentovato bivio; a destra salgono le la tracce di raccordo per l’accosto e acclive Rifugio Fratelli Fonda Savio- ovvero il seguito del Sentiero Bonacossa- donde poi s’allunga la traccia per il segmento vespertino del Sentiero Durissini, che solcando il Cadìn del Nevaio raggiunge l’omonima Forcella e quinci divalla; noi da programma si piglia la manca e si fa il Durissini Est, non prima d’esserci gustati la vista verso le Tre Cime, la neve pinkeggiante e una zoomata sulla bellissima cengia percorsa poco fa. P1110200 (3)

P1110201 (3)

P1110192 (3)

P1110198 (4)

Si calca neve di pasta rugosa e provvista di buone tracce che tagliano il pendio in moderata pendenza, e’l mio levissimo pestello podale schiacciando la stesa stimola nelle crode peculiari acustiche risposte; un modo simpatico per dissimulare l’imminente faticaccia. La neve ora cede campo a una sbrisolona calcarea che tosto s’impenna, e i tornanti da comodi e larghi si fanno secchi e spaiono in mezzo alla crusca petracea offrendo solo pochi segmenti di traccia calcabile, ‘chè fo un passo avanti e due in rewind. In questi momenti la Fra s’incamoscia e mi stacca, mentre io annaspo e il mio sè tabagista si compiace nel suo spot di protagonismo. Son certo che le Crode mi guardano e ridono. Allora mi fo grinta con borborigmi mantrici ruminati e fo finta d’aver la potente grazia d’un Bolle, immaginandomi guizzante sulle punte. Per un minuto funziona, poi torno ad essere il corpacciuto ragazzone con l’idiosincrasìa d’un certo gigantismo plastico. Deambulo faccia ‘l pendìo, ma ci son quasi. Il sentiero torna ad esser tale, in dolce pendenza. La Fra è sparita dirieto un gobba, ‘chè la traccia prima sale a manca poi scende alla Forcella da un gradone attrezzato con cavo. In coppa al pendio, mi volto a guatare la fatica prodotta. P1110202 (3)

P1110206 (3)

P1110207 (3)

A cavallo di Forcella della Torre si sta sulla porta levantina d’ingresso a Mordor. Sparisce ogne traccia d’erba vicina, e prepotenti le crode invadono lo spazio, acclivi e slanciate, arrotate a modo. La profondità di campo è allietata dalla schiera delle Marmarole allontano, mentre avvicino divalla tosto il petraceo pendìo prima buttandosi poi rialzandosi d’un sùbito impenno nel costato poderoso di Cima San Lucano, alla cui destra siede in piede il pilastro acuminato del Cadìn di San Lucano, la maxima elevazione del Gruppo. Il sifone calcareo da basso pare inghiottire tutt’e’ cose, che si mette a centripetare, mentre le creste sommitali centrifugano verso’l cielo turchino, splendidamente imbellettato di cirri biancastri. Tanta verticacia mi fa girar la capa, o sarà forse l’appetito, giacchè ho improvvisa contezza di starmi nutrendo delle  stesse mie polpe. Ci sediamo per mangiare i panini, mentre osservo il cammino da fare. Per quanto ripido e friabile, il pendìo a scendere l’è solcato da ottima traccia zigzagosa, che poi prende fiato in piano e riprende a zigzagare addentando il pendìo a salire verso Forcella Sabbiosa, il prossimo intaglio da valicare. Il problema è che il canale d’accesso è colmo di neve, ma tanta da coprire in pieno la traccia nel tratto più verticace. Toccherà pigliarlo di petto? Visto da qui parrà un 40% di pendenza, ma per quanto sia la prospettiva frontale sempre ingannevole al peggio, ci spetterà comunque un facciafaccia con la neve. E non abbiamo micca ramponi nè picca.  E manco zoomando si scorgono tracce di passaggio, ‘sicchè il tratto pare vergine da tempo. P1110210 (3)

P1110214 (4)

P1110213 (4)

Bene, siccome ci spetta una lunga pedalata in acredolce saliscendi a valicar tre forcelle ancora, risoluti meniamo il cammino. Rattamente ci caliamo giuso per l’eccellente sentiero che dribbla la costa, e arriviamo al tratto in piano, donde fa specie voltarsi di spalle a guardare la forcella giusto lasciata su magnifico cammino serpeggiante, tagliato a regola d’arte in un paesaggio di torri, spuntoni e colate detritiche chiazzate d’erba magra, reso psichedelico dal sole colto in un frangente d’insicurezza. Siamo soli. I chiaroscuri tornano protagonisti, e mentre lo sguardo spazia sulla parata di pinnacoli e anguste forcelle che muove ad oriente, m’aspetto di scorgere drappelli d’orchetti in mimetica, malcelatamente pronti a tenderci un’imboscata calando precìpiti dall’intagli. La situazione è talmente surreale che il bercio lugubre dei loro corni l’ho sentuto di certo rimbombar fra le crode. P1110215 (3)

P1110216 (3)

P1110217 (3)

La solitudine ci fa invero sembiare  Frodo e Sam in deambulazione a Mordor, ma se non c’è orchetti almeno ci sarà Gollum garantito, ‘chè fra poco dovrò strisciare berciando al di lui pari per l’appicco nevoso che ci guata sogghignando venirgli incontro. Ci siamo. Il sentiero vien spazzato sotto il tappeto di neve illibata e ricompare solo nell’ultimo strappo che adduce alla forcella, il che impone d’affrontar la rampa senz’ausilio di tracce o pestato, e la rampa decolla di una pendenza con manìe d’ortogonalità; ci aspetta quinci un affannoso chiarimento a quattr’occhi colla neve. La Fra parte risoluta, e anche se non le veggo più la capa, poscia un minuto m’è già un cinquantino di metri avanti. Io pianto i bastoncini a saltar co’ l’asta, ma presto m’è chiaro che conviene passettinare l’acclivio a corti zigzag. Il manto è di buona consistenza ‘sicchè, per quanto a mantice industriale, procedo e non recedo. Riposando un attimo volgo a tergo lo sguardo e ho contezza della perigliosità d’una scivolata, che finirei dritto e con precìpite mia bona quantità di moto tra le fauci d’un campo di sassi spigolosi. Uno stone rolling  Yety in trazione che si cimenta senza volerlo nel km lanciato. Scaccio il pensiero, mi giro e annaspo innanzi. Il sole s’infratta nei cirri e tosto si perdono sette gradi, il canale si stringe a gola bagnaticcia mentre briciole di sedime calcareo smottano dall’alto, a condire il passaggio d’un pizzico di suspence. Quando esco i passi dalla neve mi fermo sulle rocce a raffreddare il mantice, mi volto e osservo la salita intrapresa. Sospiro e più lieve mi accingo a pestare l’ultima rampa di friabile pendìo che va per accasciarsi in forcella. P1110220 (3)

P1110222 (3)

La Fra mi ha dolcemente atteso per valicare assieme l’intaglio, ‘chè giunti alla sommità scopriamo trattarsi di falsa forcella. Più precisamente, un orrido canale separa la sella in questione da Forcella Sabbiosa propriamente tale. Il segmento da calcare, per quanto scabroso a vedersi è comodo e facile, provvisto a tratti di cavo mancorrente nonchè di passerelle che assicurano il pestato in cengetta friabile. Sullo sfondo le Marmarole  ‘cecate di sole pajon più avvicino,  e mentre recupero in piano una pulsazione onesta mi volto per mirare a ritroso il magnifico saliscendi camminato tra la qui et ora Forcella Sabbiosa e Forcella della Torre, oltre cui mo’ svettano a sfondo Cima Ovest e Cima Grande di Lavaredo, nonchè vieppiù remota la Rocca dei Baranci. A Mordor il sole torn’a far capolino e le crode s’en fanno corteggiare, un poco standoci e un poco tirandosela, in un gioco di seduzione che regala contrasti di onirico sapore. P1110225 (3)

P1110223 (3)

Da Forcella Sabbiosa (2440 mt.) gettando invece lo sguardo sul prosieguo, quindi verso la successiva Forcella Ciadìn Deserto, ha luogo e tempo un dejà-vu; il sentiero pria perde livello gettandosi a serpeggiare nel canalone a venire, poi recupera il divallo a salire sempre in modalità zigzagosa, e ancora con la neve a coprirne l’attacco. Sbuffo e m’imbroncio, ‘chè ho davvero poca voglia di saliscendere, viemmeno di reimpattar la neve ripida. Poi rammento che amo il sottile masochismo della fatica sui monti e me la faccio pigliar bene, ‘sicchè procediamo con rinnovato entusiasmo. Altro fattore corroborante sono le gobbe di pascolo e ciuffi arborej che appaiono oltre i profili crodaci; da ore il fusto più alto incrociato era la splendida mezzasega dei (pochi) mughi, e poscia tanto vagare per rocce la vista scuroverzicante di pecci e larici lontani confitti su gobbe pratesche rinfranca invero. Il cammino niveo risulta meno disagevole del previsto, e Forcella Ciadin Deserto dista ora li pochi tornanti su buon sentiero; il sole ora riverbera d’acido sull’intaglio, e sentiamo salendo la verde frescura tracimante di mondo vegetale che ci aspetta oltre la forcella. P1110227 (4)

P1110228 (3)

Allora le Crode ci scherzano. A Forcella Ciadin Deserto (2400 mt.) scopriamo che la  frescura è rilasciata non dai verdi, ma da un altro campo di neve declive che difende l’accesso at una perniciosa ulteriore forcella, ‘sì poco discosta, ma che va meritata via ennesimo traverso scendisalente. La Fra frana le chiappe su ‘na petra e si pratica un salasso di femminilità imprecando cose poco vezzose, mentr’io dissimulo un crescente senso di colpa ciarlando sull’ambiguo numero di Forcelle sequenziali che il sentiero suole valicare. Le avevo detto tre, sono almeno quattro. Mentre ambedue sgragnamo un apocrifo rosario inficiato da una soda secchezza di fauci, entrambi  le fauci spalanchiamo alla vista d’incantagione del mondo appena camminato. Il sole pugnace s’abbatte sulla costa percorsa scottandola da gran chef , eziandìo trascurando nell’ombra la schiera più discosta che scorre declive in chiostra di cento canini dal puntuto Cimon di Croda Lissia verso il fallico turgore di Torre Siorpaes. La selvaggia bellezza del quadro naturale ci regala nettare fortificante. P1110232 (5) P1110230 (3)

P1110233 (3)   

 

Anche il fatto d’aver finalmente nel mirino il Rifugio Città di Carpi, l’agognata odierna meta, ci dona forze fresche. Rattamente quindi skiamo la corta lengua di neve per camminar poi sottoparete su sentierino, rampare su costa sabbiosa e raggiungere Forcella Cristina (2390 mt.), che dovrìa esser la quarta et ultima per oggi. Ci lasciamo alle spalle Mordor, e calchiamo uno spalto che s’affaccia su mondi nuovi. Le Marmarole sono ancora cecate di sole, e lo sfondo regala or’anche Torre dei Sabbioni e il poderoso maniero del Sorapiss, mentre appena oltre il Ciadìn delle Père, srotolantesi ai nostri pie’, si dischiude un’Arcadia di erbe, roccia e rade macchie di conifere, un ibrido estetico fra la Contea e Gran Burrone. Il sentiero traversa ora in discesa regalando scorci via via più bucolici tra curiosi pinnacoli e scaglie d’erbaroccia. P1110234 (3)

P1110235 (4)

Il paesaggio fa tenerezza per quant’è bello e scalda il cuore, ‘chè lo si direbbe riposante non fosse per i tutori di cemento che mi fasciano le zampe. Scapuzzo at ogne passo, e al successivo canto la letizia d’essere ramingo in queste lande d’Arcadia. Il rifugio è semper più avvicino, ma l’inerzia discendente dovrà subire un torto, ‘chè pria del divallo conclusivo il sentiero costaggiù a destra s’impenna per un ultimo strappo, che sia Forcella Maraia, o Maria? P1110236 (5)

E sia. Arriviamo al dunque, rimontiamo annaspando l’ultima forcella e rotoliamo nel Ciadìn delle Pere. La salita è finita. Mi fermo a succhare l’ultima goccia d’acqua e approfitto per buttar l’occhio a destra, verso l’incuneo vespertino del Ciadìn. Scorgo il sentiero di domani, che sornione alla mia destra taglia la manca orografica del vallone, serpeggiando le caviglie di Cima Eotvos e impennandosi per conquistare Forcella della Neve tra i pinnacoli, ora umbrata in sfavore all’acclive soleggiata Forcella del Nevaio. La luce vespertina è bellixima. P1110240 (4)

Ma tosto pensiamo coi piedi da basso, che l’odierno cammino indugia ora placidamente fra ubertosi cuscini erbacei trapunti a rododendri, nel trionfo di verdi picchiettati di macigni erratici a lor volta cinti d’irsute corone di larici cuccioli e spavaldi, mentre all’orizzonte le Marmarole chiazzate di lattea vitiligine riflettono contente le carezze del sole più adulto. Non vi cito la dolcissima frescura  della brezza. Incanto.  P1110242 (4)

P1110243 (4)

P1110244 (2)

Anche l’audiorama erompe d’Arcadia, ‘chè irrompono in delicato fade in i campanacci delle giovenche d’alpeggio, mentre lo sguardo si posa ora godendo sul ramo di San Lucano dei Cadìni, schierati in splendida foggia da Cima Eotvos al più acclive Cadìn di San Lucano fino a Torre Siorpaes. P1110245 (4)

P1110250 (3)

P1110249 (3)

Arriviamo così al simpatico Rifugio Città di Carpi, nel medio meriggio,  dopo una scarpinata favolesca di circa sei ore pause comprese. Ordiniamo le classiche due birre medie, ottime per dissetarsi e reintegrare i sali svaporati, mentre mi cavo l’imbrago cercando di non incaprettarmi. Il casco è una madida sezione di noce di cocco, non riesco a starmi vicino per l’acre olezzo che irradio, ma la beltà bucolica del quadro di cui siam figure scaccia ogne pensiero molesto. Lungo l’intero sviluppo dell’odierno percorso abbiamo incrociato un solo ramingo, e’l babbo con figliola si direbbe han tagliato per il Rifugio Fonda Savio, ‘sicchè la sola  piena solitudine ci ha invero accompagnato nel nostro passaggio. Il pregio ambientale viene così gustato col sapore più intenso. Fa poi piacere ritrovarsi nei punti d’appoggio con altri pellegrini, ‘chè mentre pigliamo l’ultimi spruzzi di eliotepore sulla veranda scoperta del rifugio arriva un gruppo di maschi sui cinquanta, nel numero di sei o sette, dall’accento emiliano. Socializziamo piacevolmente mentre ci confermano d’esser bolognesi; faccenda curiosa, ‘chè al Rifugio Città di Carpiquel dì a quell’ora gli avventori constavano di una colonia d’escursionisti petroniani, e basta. Però noi conventicola della bassa tosto fermiamo all’unisono la proverbiale loquacia  per contemplare che razza di meraviglia naturale ci vede figure umane. Il Rifugio è inserito in un quadro di bellezza commovente. Un casopino d’assi di legno e scandole poggiato su pascoli di verzura brillante, punteggiati di giovani larici e puff di rododendri e massi con toupè muschiosi disposti a regola d’arte; animati dallo scampanìo busker di vitelli e giovenche tra il bruno e il pezzato, cacaci come si deve, ‘chè il profumo d’erba, sterco vizzo e fiori d’alpeggio ti monta un cùpido bisogno di formaggio. Mentre avvicino le Crode venuste dei Cadìni aspettano pazienti d’accogliere l’Enrosadira,  ‘sìccome l’orizzonte circolare inscenato da Sorapiss, Marmarole , Antelao e più a levante Cima Undici e Croda dei Toni, noi si va a coricarci un’orata in cameretta per distendere le zampe in attesa della cena. Durante il pasto, generoso e frugale a base di canederli e polenta guarnita di carni e formaggi (pazientino i/le vegetarian*), adocchiamo attraverso la finestra una bella camoscia con due pupetti che poco distante cenano a lor volta sul praticello, a distanza di sicurezza dai colleghi bovini. Poi due chiacchiere coi simpatici rifugisti, quattro passi a favorire la digestione in un quadro d’alpestre impressionismo tinto d’un tenue rosa che sfuma in violetto, e la nanna soda.

GIORNO 2

La Fra mi dice che ho russato in grande stile, mentre assimiliamo la colazione dei campioni assieme al gruppo di conterranei pellegrini. E quanto mai calzante questa definizione per un drappello di masculi adulti che poscia pane e marmellata si raccolgono sul magnifico belvedere a pregare sentutamente le laudi mattutine, libretto alla mano. Fa tenerezza questa scena, e anima d’un pio borborigmo il  delizioso clichè d’alpestre antropologia, andato in scena costì e allora così a regola d’arte.

Conclusa la cerimonia salutiamo i praticanti – che andranno a percorrere a rovescio il nostro itinerario – ,  i rifugisti, l’amenità dello spiazzo e ci mettiamo in cammino. Dobbiamo riascendere a Forcella Maraia e quinci calcare il Ciadìn de le Pere, donde imboccheremo il sentiero 118 che conduce a Forcella della Neve. L’Arcadia è ora scaldata da una luce potente che decresce a lucore diffuso quando i nembi s’addensano in gomitoli di rorida bambagia.P1110258 (3)

C’è un refolo rinfrescante mentre calchiamo l’appicco, e la foschìa di fondovalle ha voglia di crescere impuberandosi a nube. Lo strappo d’accesso alla selletta domanda fatica e va meritato, e la Fra mi regala una postura elegante per segnalarmi che ci siamo. Di là vorticano i nembi a guisa infernale, di qua s’addensano a tappare il fondovalle, però lasciando stiraccharsi il Sorapiss e le Marmarole al bacio del sole.P1110259 (2) P1110260 (3)

P1110262 (2)

Il cammino si distende inequivocabile agli occhi; si tratta d’infilare il canalone per impennarsi nell’appicco alla forcella di manca, ‘chè quella destrorsa più acclive (Forcella del Nevaio) ospita dicevamo il Sentiero Durissini Ovest. Un chiaro punto di riferimento lo incroda il bizzarro pinnacolo fumante che pare una snella matriosca. P1110263 (2)

Si sale dolciamente in principio, si lascia sulla destra la deviazione per il Durissini e s’attacca la rampa di decollo, comunque agevolata da buon pestato e tracce bastevolmente comode, invero ben segnalate da bolli rossi e segnavia. Il sentiero aggira i salti di roccia poi s’incunea nell’ombra, ove il canale si stringe a guisa di gola un poco assetata di luce.P1110266 (2)

L’ultima rampa si friabilizza vieppiù e mi dispone, da corpacciuto cinghiale urbano qual sono, in modalità tapis roulant. Pianto i bastoncini quasi dovessi postar l’ombrellone in spiaggia, m’imparallelo al pendìo e un pensiero stupendo va alle laudi mattutine ma rimane sottinteso. La Fra è già in forcella, stranamente impalata. Quando la raggiungo, prima d’affacciarmi volgo lo sguardo di tergo, e gli aguzzi gendarmi calcarei che l’affanno m’avea tenuto nascosti osservano compiaciuti la spettacolare fumigazione dantesca che ha luogo a sudeste.P1110273 (2)

M’affaccio quindi al versante opposto e m’è tosto chiara la cagione della statuaria impalatura della Fra, commentata peraltro da un silenzio eloquente: la via scorre in ripida, fredda e umbrata strozzatura ingombra di neve ‘ndurita e vergine, il cui accesso è difeso da un balzello di roccia friabile; pochi metri, ma da grattar di chiappe in quadrumanìa. ‘Si come la Fra s’incamoscia in salita e io m’ippopotamo, ella in discesa s’infagiana e io mi stambecco (per così dire). Una volta spalata comincia a sbuffare che lei non scende, non se la sente, ha paura di ravanar giuso, e più ci si mette vieppiù s’acuisce l’emorragia di femminilità declamatoria. Io la tranquillizzo e le indico un approccio sostenibile, ma ella pensa co’ piedi suoi e colloca le natiche su di un vasino immaginario, un po’ per decomprimere la tensione e un po’ per cominciare a discendere seduta il briciolato pendìo d’accesso all’erto scivolo nevato sprovvisto di tracce. Io opto per un traverso obliquo fra roccia e neve ad evitare il balzello, mantenendo a sorpresa la postura semieretta , e ci ritroviamo sulla griglia di partenza per la discesa. Vedremo se in slalom o in libera. Laggiù Misurina sembra più lontana di quanto non sia, tali paion la profondità e l’oblungaggine del canalone che dobbiamo skiare, di nome e di fatto Ciadìn de la Neve. P1110271 (3)

P1110275 (3)

P1110274 (2)

Dissimulo un incipiente  indugio sondando con fare competente la consistenza del manto, poi con zoppicante risolutezza mascherata da cipiglio scelgo la modalità più divertente: mi seggo, mi pongo in assetto da slittino zavorrato e mi fo scivolar giuso, con le chele rialzate pronte a frenare in caso d’accelerazione oltremodo. Piglio velocità, che la pendenza pende, sdrucciolo con l’eleganza di un manzo agonizzante su un trampolino del km. lanciato, mi scompongo tenendo però le chiappe affondate con certezza nel manto e conservando una rotta grossomodo giusta. La suspence aumenta con la quantità di moto, piacevoli spruzzi mi pungolano il ceffo e freno di zampe quando vo troppo forte, mantenendo un equilibrio dinamico accettabile, ‘sicchè arrivo al nastro non malconcio e divertito, sbuffando anche d’un certo sollievo. Sebbene spicciativa e divertente, non la raccomando come tecnica per affrontare in discesa un pendio innevato abbastanza ripido; è invero più saggio discalare a zigzag facendosi tracce oneste pei piedi e poggiandosi a monte. Ognun* faccia in scienza e coscienza sulla base delle proprie esperienza e competenze, ricordando di far pesare sulla bilancia vieppiù  i fattori di sicurezza che non quelli di rischio. 

Dall’arrivo incoraggio a gran voce la Fra, ch’è rimasta lassù attrespolata nell’indugio. L’eco secca e birbona delle crode circostanti mi ricorda che siamo soli, dalla partenza. E questo è un valore aggiunto alla bellezza dell’escursione. La mia dolcia metà si risolve infine per lanciarsi, e sdrucciola in elegante compostezza, da sciatrice provetta qual’è.  Al suo arrivo ci fermiamo un poco a compensare l’adrenalina profusa, ‘chè ora ci spetta sì ancora tanta neve da calcare, ma la pendenza si fa moderata e piacevole. Buttiamo soddisfatti un occhio alla discesa compiuta, con il primo muro ripido e il tratto più declive, in una fiabesca cornice di ghiaje, neve guglie, cielo e scie chimiche. P1110276 (2)

P1110277 (2)

Il Ciadìn de la Neve si fa ora sciare in sicurezza e letizia, mentre il sole scavalca lo spalto di crode e si butta caldo nell’invaso, sobbalzando il termometro. Il campo nivale s’arena provvisoriamente sulla rena di un ghiajone pensile, ove rispunta qualche  segnavia. Mi fermo a spogliarmi e adocchio la Fra che si diverte un sacco a skiare il pendìo nevoso successivo, ‘chè le tracce riscompaiono al pari dei bolli rossi, benchè ormai la via paia obbligata. Tocca solcare piacevolmente il fondo del canale fino al suo esaurirsi nei pressi d’un terrazzo a poggiale, donde siam certi adocchieremo nuovamente i segnavia. Così facciamo, e vi regalo una splendida immagine che mi ritrae in atleticotecnica postura da manuale all’arrivo della seconda manche. P1110282 (2)

P1110287 (2)

Sul finire della pista incrociamo il Sentiero 117 “Bonacossa” nel tratto che attraversa il Ciadìn del Nevaio per connettere Forcella del Diavolo alla nostra destra (pure orografica) con Forcella di Misurina alla manca. Sostiamo un altro poco per mangiare una tessera di cioccolato; son due orette abbondanti che siamo in cammino (soste comprese) e i visceri fanno un po’ Giacomogiacomo. La discesa non è stata fatigante, viemmeno la breve salita a Forcella de la Neve, ma l’acido lattico munto jeri scorre copioso e i movimenti di legno consumano risorse oltremodo. Ci consola che ormai sono appena 400 mt. dislivellanti da fare pria su ghiajone chiazzato d’erba tagliato dal sentiero, poi nel mezzo dei verdi pieni a  pascoli e boscame. A un tratto sentiamo pietriscolare poco lontano, e tosto adocchiamo una giovane bella camossia che si fa il brunch di sassi e gramigna, non invero così crucciata della nostra compresenza. (cerchiata d’arancio in foto 3)P1110283 (2)

P1110285 (2)

P1110286 (2)

Indugiamo a gustarci la scena d’alpestre filigrana, finchè la bestiola non si scoccia e caracolla verso pendii più acclivi. Procediamo quinci lentopede a divallare verso l’imbocco del Ciadìn, che sbocca su di uno spalto verzicante di larici e mughi, con la vista che s’apre a grandangolo. Il gradone che regge il terrazzo viene disceso da buon sentiero a tornantelli che giuso nel bosco s’accomoda secondando le scalinate di grosse radici di conifiere, che a lor volta ingentiliscono il tratturo facendone un morbido tappeto fulvo d’aghi. Siamo nel bosco, e a scanso d’equivoci a ricordarlo sono il profumo silvestre nonchè gli assoli canori dei pennuti gioviali. I fiori tornano a sfoggiar di colori vivaci e l’erba e’l muschio si giocano di umida tenerezza. La soavità dell’atmosfera ci monta la voglia di sostare ogne dieci passi, ma riusciamo determinati ad arrivare a quindici. P1110291 (2)

P1110292 (2)

P1110293 (2)

L’aroma gustoso pungola le nari e corrobora l’acquolina, ‘sicchè all’ennesima fermata decidiamo di pranzare. Ci discostiamo pochi passi dal sentiero per accomodarci nel vano umbrato d’un vico di larici robusti, le cui grevi fronde sfiorano il tappeto d’aghi, bello in piano eccetto per alcuni sodi montarozzi assemblati a regola d’arte da tenaci formiconi. Fuori i panini. Il desco si consuma nell’ormai consueta beata solitudine, dentro un lariceo tepee d’ultima generazione, col paesaggio sonoro più delicato che si possa desiderare fatto di fronde che stormiscono ai lievi sussurri d’un venticello garbato e discontinuo, nunzio del canto gaudioso di fringuelli e ciuffolotti. E talvolta il trillo secco e lontano di una nocciolaja, e ancor più sporadico e remoto un corvo che schiarisce la gola. 

P1110297 (2) 

P1110298 (2)

Ci starebbe una pennichella in quest’incantagione silvestre, ma ci tocca rialzarci e discendere. Ormai giunge l’eco più avvicino dei bambini che schiamazzano felici sulle rive del lago di Misurina, evento che non turba la suggestiva filigrana sonora, ma la sezione motori dell’orchestra tarda poco in partitura. Così il sentiero si srotola da basso, supera un simpatico ruscello su tronchi di peccio adagiati e a sua volta s’adagia in piano, mentre il bosco si fa più rado.P1110299 (2) E questa è l’ultima impressione che ho voluto ritrarre.  La luce è zenitale, più bianca, foschiosa. Misurina e la civiltà antropocentrica sono adesso a un dipresso, quindi anche il traffico, i rumori sgarbati, il cicaleccio. Non che ci sia qualcosa di storto, per carità; solo che dopo due giorni raminghi di spazi aperti e integri, di tempi sospesi e dilatati e silenzi naturalmente sonanti, i sensi e lo spirito si rafforzano e sono più dolcemente vulnerabili. E lo può testimoniare la Fra, che nell’ultimo tratto di sentiero quasi ormai al lago, nello scavalcare una recinzione di pascolo a nastrini elettrificati ne viene a contatto con i bastoncini che,  ‘sendo in carbonio, conducono piuttosto a modo la tensione, benchè la direste bassa. La odo berciare e la veggo lanciare le bacchette con gesto esplosivo. Ecco, siamo arrivati. Cinque minuti di mezzo periplo del bellissimo lago fra palloni vaganti e picnics variopinti, bikers rockeggianti e auto a passo d’uomo. C’è anche della cassa in quattro che risuona ovattata nell’aria. Quattro ore fa un gruppo di devoti cattolici maschi adulti bolognesi  salmodiavano sentutamente le laudi  del mattino accanto a un semplice garbato crocifisso in legno al cospetto del Sorapiss. Ora siamo alla macchina. Se non c’è traffico, in quattro ore su quatroruote passando per l’autostrada A4 siamo a Bologna.

5 pensieri su “TRAVERSATA DEI CADINI DI MISURINA, o del vagolare tra Mordor e Gran Burrone in giornate di bel sole

  1. Hi! I’ve been following your site for a while now and finally got the courage to go ahead and give you a shout out
    from Humble Tx! Just wanted to say keep up the excellent job!

    Liked by 1 persona

  2. Hi Jimmy!
    Thank you very much for your nice email. I’m so glad you like my reports, and it’s cool to have positive feedbacks even from readers like you that have the patience to handle long reports written in italian, althought of course nice places speak universal language.
    Thanks again, ciao!
    Valerio

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...